In Sicilia, la fenomenologia della granita “caffè con panna”

I partiti della degustazione da sempre si confrontano  sulle meravigliose variabili organolettico degustative di una delle più alte vette dolciarie universali, che risiede nel connubio creato dalla sofficità di per sé calda della bianca panna e dalla freddità insinuante e malandrina del caffè. Il mondo diviso in due, la genesi immensa del caldo e del freddo accoppiati esclusivamente – non si ammettono altri contenitori, beninteso – in un alto bicchiere vetroso non molto trasparente a collo alto, nel senso che va degradando verso il largo.

Stabilito quindi il calice, la naturale sposa non segreta e universalmente nota di questa mirabilia è solo e soltanto la brioche irregolarmente rotonda con regolare coppola pronunciata superiore, che non mi si venga a dire di biscotti al burro e cornetti e sfoglie possano minimamente accompagnarsi di talché.

Ah, il piattino dev’essere d’acciaio, non bianco per carità, il bianco è esclusivamente riservato alla panna, per favore. Assodato l’armamentario di degustazione e posto che il contenuto sia di alto livello, ovvero non troppo liquida la panna non troppo dura la granita, uno dei problemi più discussi su questa terra è senza dubbio l’approcciarsi a codesta insana passione ahimè giornaliera.

La prima tentazione immanente davanti a tutto ciò è senza dubbio quella d’intingere da subito il cucchiaino dentro la panna per godere della sua calda sofficità invasiva. C’è chi lo fa, pazienza, si può anche tollerare. Ma vuoi mettere lo spezzare la brioche e sottrarre la coppola con delicatezza, dividerla rigorosamente in due spicchi dorati, e provare con una punta a passare rapidamente su quel tappeto bianco come un ladro di piacere, guardandosi furtivo a destra e a manca per non essere riconosciuti e arrestati dal troppo godimento. Non è consentito, e chi lo fa peste lo colga, rompere la brioche lateralmente per iniziare il religioso piano degustativo primario. Anche il secondo spicchio di coppola subisce inevitabilmente la stessa fine, se si sostiene la tesi culinaria e non dell’acciaio. E dopo?

Già, dopo. Perché un’altra delle questioni più osservate e disquisite in dottrina afferisce al dopo, quando cioé terminata la coppola si deve per forza di cose passare alla parte più consistente del connubio. Perché se è pacifico in dottrina che la brioche può essere divisa con una operazione delicata delle mani, la granita è lì in silenziosa attesa. Personalmente, lo scrivente appartiene al partito del mescolamento giammai, che è visto come una sciagura inimmaginabile per il palato, mentre si professa fervido sostenitore del possibile mantenimento divisorio tra il “sopra” e il “sotto” per il più lungo agognato tempo possibile. Semmai, saranno gli spicchi di brioche, con il loro andirivieni ritmato dall’alto al basso, a creare con delicatezza queste intrusioni della superior panna nell’inferior granitoso caffè, così da non distruggere i due mondi ma farli pian piano immedesimare nell’unica vera universale esistenza dolciaria della granita caffè made in Sicily.

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