Il futuro del Made in Italy rischia di essere compromesso dalle nuove tensioni commerciali con gli Stati Uniti. Se l’amministrazione americana dovesse imporre dazi del 10%, le esportazioni italiane potrebbero subire un colpo pesante, con perdite stimate oltre i 3 miliardi di euro. Uno scenario ancora più critico si delineerebbe con tariffe al 20%, che potrebbero far lievitare il danno economico fino a 12 miliardi. A lanciare l’allarme sono le analisi di diversi enti di settore, tra cui OCSE, Svimez, Prometeia, Confartigianato e il National Board of Trade svedese.
A essere maggiormente esposti al rischio sono due pilastri dell’economia italiana: il comparto agroalimentare e quello della moda, già messi a dura prova da un 2024 incerto. Il quadro geopolitico in evoluzione, dopo le prime mosse dell’amministrazione Trump, getta ombre sul futuro delle esportazioni italiane, in particolare nel settore alimentare.
L’impatto sul settore agroalimentare
Secondo il Centro Studi di Confcooperative, l’introduzione di nuove tariffe doganali farebbe lievitare immediatamente i prezzi dei prodotti italiani sul mercato americano, riducendo la competitività di eccellenze come vino, olio d’oliva, formaggi DOP, ortofrutta e prodotti trasformati come pomodoro e pasta. La flessione stimata potrebbe variare tra il 15% e il 30%, con una perdita di fatturato compresa tra 1,5 e 2 miliardi di euro annui. Un duro colpo, considerando che gli Stati Uniti rappresentano il terzo mercato di riferimento per l’export agroalimentare italiano, con un valore attuale di circa 6 miliardi di euro.
“La situazione è preoccupante”, ha dichiarato Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, a margine di Fruitlogistica di Berlino, evento internazionale dedicato al settore ortofrutticolo. “Le piccole e medie imprese sarebbero le più penalizzate: molte potrebbero non avere la capacità di assorbire l’aumento dei costi o di diversificare rapidamente i mercati di riferimento. Si stima che fino al 30% di queste realtà potrebbe essere costretto a ridurre la produzione e l’occupazione, con ripercussioni significative soprattutto nei distretti specializzati in formaggi e vini”.
Export a rischio e minaccia Italian Sounding
L’export ha rappresentato negli ultimi anni un elemento chiave per la crescita del Made in Italy, soprattutto in un contesto di contrazione dei consumi interni. “Le imprese hanno investito su internazionalizzazione e aggregazione per migliorare i margini di guadagno – spiega Gardini – e i dazi rischiano di minare questo equilibrio, mettendo in difficoltà intere filiere produttive”.
A rendere ancora più grave la situazione sarebbe il fenomeno dell’Italian Sounding, ovvero la produzione di imitazioni di prodotti italiani da parte di aziende estere, che approfitterebbero del rincaro dei prodotti autentici per conquistare quote di mercato. “Con prezzi più alti, i consumatori americani potrebbero orientarsi su alternative locali che imitano il Made in Italy senza garantirne qualità e autenticità, compromettendo ulteriormente il valore e la reputazione delle nostre eccellenze”, avverte Gardini.
Effetti occupazionali e interventi necessari
Le conseguenze economiche si rifletterebbero a cascata sull’intera filiera: dagli agricoltori ai trasformatori, fino alla logistica e alla distribuzione. Secondo le stime, una riduzione del 10% delle esportazioni verso gli USA potrebbe tradursi in una perdita di circa 5.000 posti di lavoro, con effetti particolarmente pesanti nelle regioni a forte vocazione export come Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte.
“Serve un’azione decisa a livello comunitario – conclude Gardini – per avere maggiore peso negoziale nelle trattative con gli Stati Uniti. L’Unione Europea deve intervenire non solo con la diplomazia, ma anche con misure di sostegno economico alle imprese colpite, per aiutarle ad affrontare l’impatto di questi dazi e garantire la competitività del Made in Italy”.
In attesa di sviluppi, il settore resta con il fiato sospeso, temendo un colpo che potrebbe rivelarsi devastante per il futuro delle esportazioni italiane.

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